12.07.2018 h 10:37 commenti

Ginecologi arrestati, patto di segretezza tra medici e intermediari cinesi per le "visite clandestine"

Emergono nuovi particolari sull'inchiesta della procura di Prato che ha portato all'arresto di quattro medici dell'ospedale di Prato accusati di peculato e truffa aggravata ai danni dello Stato per le "visite clandestine" a pazienti cinesi durante l'orario di lavoro e dentro l'ambiente ospedaliero
Ginecologi arrestati, patto di segretezza tra medici e intermediari cinesi per le "visite clandestine"
“Chiaramente è illegale questa cosa, un po' troppe visite e il fatto è che non se ne potrebbe fare neanche una”. Lo dice ad un intermediario cinese Simone Olivieri, uno dei quattro ginecologi dell'ospedale di Prato finiti agli arresti domiciliari lunedì 9 luglio con l'accusa di peculato e truffa aggravata ai danni dello Stato. La conversazione, finita nelle carte dell'inchiesta dei sostituti procuratori Lorenzo Gestri e Lorenzo Boscagli che hanno affidato le indagini al nucleo investigativo dei carabinieri diretto dal maggiore Vitantonio Sisto e coordinato dal colonnello Marco Grandini, è tra le tante intercettate nei mesi di indagine che hanno ricostruito quella che gli inquirenti definiscono “l'attività parallela” dei medici – Elena Busi (avvocato Nicolosi), Ciro Comparetto (avvocati Pasquinuzzi e Traversi), Simone Olivieri (avvocato Ceccherini) e Massimo Martorelli (avvocato Denaro), tutti sospesi dalla Asl – che durante il turno di lavoro – dice l'accusa –ricevevano e visitavano pazienti cinesi che non passavano dal Cup ma prenotavano l'appuntamento tramite connazionali che si mettevano d'accordo direttamente col ginecologo e che poi le accompagnavano facendo anche da interprete e trattenendo una parte del costo delle visite che oscillava tra 100 e 150 euro. Soldi in contanti e a nero. Passaggio di denaro documentato dalle immagini delle telecamere nascoste installate dagli investigatori.
“Furtivo scambio di denaro con il sanitario – si legge nelle carte dell'inchiesta – che appare il frutto di uno schema palesemente concordato preventivamente dai protagonisti che cercano di occultare gesti palesi e non si scambiano nessuna parola a conferma che il modus agendi fosse stato previamente concordato”.
Un giro consistente di visite “clandestine”, fatte nell'area fast track dell'ospedale Santo Stefano o nella stanza 103 del Centro Giovannini.
“Te hai saputo qualcosa dell'indagine”? chiede l'intermediaria cinese al ginecologo Olivieri. “No, mi è arrivata all'orecchio. Diciamo che si sa che c'è questo sistema, alla fine ora cominciano a fare storie, capito”? E il cinese: “Anche due settimane fa io ho portato due pazienti al Giovannini, appena esce quella paziente la fermano subito i carabinieri, strano perché poi si fa normale, il pagamento si fa lì”. Di nuovo il ginecologo: “Te l'ho detto che ci sono troppe cose a giro”.
Nell'ordinanza che ha disposto le misure cautelari, il giudice per le indagini preliminari Francesca Scarlatti ha puntato sul fatto che da questa conversazione “emerge che in virtù del patto di segretezza tra medici e interpreti, la notizia che alcune pazienti successivamente alle visite erano state fermate dai carabinieri è immediatamente veicolata dai mediatori cinesi ai sanitari”. Non solo: il giudice sottolinea anche la reazione dei sanitari di fronte al sospetto di essere “attenzionati dalle forze dell'ordine”. Gira con insistenza la voce di controlli ma il giro delle visite extra non si interrompe e nelle carte si spiega che vengono adottati accorgimenti: visite spostate al Giovannini o fissate in orario serale all'ospedale.
A preoccupare sono anche i soldi che gli intermediari consegnano ai ginecologi dopo le visite. Una preoccupazione che spinge Elena Busi a pensare a soluzione diverse.
Agli arresti domiciliari, insieme ai quattro ginecologi, sono finiti tre cinesi: Wu Lihua, Li Jie e Zhou Qiongying. Per altri quattro cinesi è stato disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria, mentre altri due sono a piede libero. Tra i sanitari dell'ospedale di Prato ci sono altri cinque indagati: due ginecologi, una ostetrica e due medici di altri reparti, tra cui un chirurgo.
L'indagine è partita ad aprile del 2017 quando una cinese si sente male e all'ostetrica che la visita dice di aver assunto la 'RU486', pillola abortiva reperibile e somministrabile esclusivamente nel circuito ospedaliero. Racconta anche che quel farmaco glielo ha dato una connazionale che lo ha ricevuto a sua volta da un medico (rimasto ignoto). L'ostetrica si insospettisce e denuncia. L'intermediaria cinese sgrida la donna quando viene a sapere che ha “parlato”: “Non dovevi dirlo, ora il dottore mi ammazza”.
Gli accertamenti della procura continuano: si tratta di capire se qualcuno sapeva e non ha denunciato. 
 
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Data della notizia:  12.07.2018 h 10:37

 
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