04.05.2015 h 12:10 commenti

"Dove è finito il mio bambino?": i genitori di fronte alla sfida dell'adolescenza dei figli

E' tempo di lasciarlo andare da solo: l'abbiamo avuto dalla vita e alla vita va reso. Però è indispensabile rimanere presenti, non cedere il passo. Qui è tempo di restare “sul pezzo” per ribadire che “non tutto è possibile, non tutto è permesso”
"Dove è finito il mio bambino?": i genitori di fronte alla sfida dell'adolescenza dei figli
In punta di piedi entra nella studio, come è entrata nella vita. Il suo passo, inizialmente incerto, indeciso, sotteso dal costante timore di disturbare gli altri, è diventato nel tempo risoluto, pronto ad affrontare tutto quello che deve esser fatto. L’essere mamma è stato l’artefice di questo cambiamento ed adesso la spinge a mettersi di nuovo in discussione, a cercare di migliorare, di imparare ancora.
Sì perché impariamo tutto, ci insegnano tutto, come diventare chef, manager o veri talenti dello spettacolo, ma spesso nessuno ci dice come riuscire a diventarlo della vita. Nessuno ci insegna come essere coppia, costruire e tenere in piedi una famiglia, essere buoni genitori. Lo diamo per scontato e ci affidiamo al buon senso. Eppure se non si impara si resta analfabeti dell’esistenza, lasciandoci sfuggire la possibilità di coglierne l’essenziale.
E lei a questa opportunità non vuol rinunciare ed è qui per un confronto, per una condivisione. La premura di non commettere sbagli unita alla preoccupazione di dover forse lavorare su se stessa l’hanno condotta fin qui: non vuole ripetere gli errori fatti dai suoi genitori, vuol prendere consapevolezza di miti, credenze, tradizioni che inconsapevolmente si tramandano di generazione in generazione; sa che, per quanto dica (agli altri e troppo spesso a se stessa) di essersi fatta da sola, risente in realtà del clima familiare di origine e desidera averne piena padronanza per muoversi al di là di ogni implicito condizionamento. Senza scoraggiamento, con pazienza e ottimismo vede l’adolescenza del figlio come occasione di crescita per sé e per tutta la famiglia.
A stento rintraccia le conoscenze utili per muoversi in questa terra sconosciuta, e viene alla ricerca di coordinate capaci di orientarla: “e d'improvviso lo guardo e non lo riconosco più, l'ascolto e non sento più la sua voce: dove è finito il mio bambino?".
Carezze, coccole, consigli sono relegati al passato; silenzi, distanze, porte chiuse (quando non sbattute in faccia) abitano il presente lasciandola attonita, immersa in una sensazione di impotenza, di inutilità. Dall'essere stata centro del suo interesse è adesso emarginata alla periferia della sua attenzione. Tempo, pazienza, insegnamenti dati sembrano apparentemente ricambiati da disinteresse, da sfacciata ingratitudine, dal procedere "in direzione ostinata e contraria". E vacilla nell'affrontare un rapporto così bruscamente cambiato, perplessa cerca di coglierne i significati che scivolano via, come gli anni passati troppo velocemente. “Quale è adesso la posizione da tenere? Quella famosa giusta distanza?”
Vorrebbe stargli vicino, proteggerlo ancora, evitargli sofferenze e ferite.
Ma non può continuare a difenderlo: non diventerebbe l'adulto di domani. Non può spianargli la strada, evitandogli fatica e sacrificio: non scoprirebbe i suoi limiti e le sue potenzialità. Non avrebbe la possibilità di allenarsi a tollerare la frustrazione: training essenziale per affrontare la vita, ridimensionare l’egocentratura, smussare i vissuti di onnipotenza.
E’tempo di sostare e con fermezza imparare a padroneggiare timori e preoccupazioni. E’ tempo di riuscire a tollerare un nuovo senso di solitudine, con quella sottile malinconia che sempre accompagna la sensazione di perdita. E’ tempo di tagliare il cordone ombelicale, i richiami espliciti o i fili invisibili che continuerebbero a tenerlo legato. Avuto dalla vita alla vita va reso: è tempo di fare un passo indietro, con coraggio, con generosità, per poi incontrare di nuovo, con stupore e meraviglia, l’imprevedibile e imponderabile persona che egli vorrà e riuscirà a divenire. E’ tempo di lasciarlo andare. Adesso è il suo turno, tocca a lui “giocarsi la vita”, con la responsabilità e la libertà che la vita comporta.
Ma nel viaggio alla ricerca di se stesso lui avverte la necessità di sapere fino a dove è consentito spingersi, dove sono le colonne d’Ercole dell’esistenza umana. Sfida non i ciclopi, né l’ira di Nettuno ma coloro che gli hanno dato la vita e lo fa con ribellione, provocazione, con torturante apatia.
Alla sofferenza di lasciare andare si unisce la fatica di porre limiti. E qui è indispensabile rimanere presenti, non cedere il passo. Qui è tempo di restare “sul pezzo” per ribadire che “non tutto è possibile, non tutto è permesso”. Esiste un limite invalicabile che si chiama rispetto. Nella vita come nelle fiabe c’é sempre un'ora da non superare, un confine da non oltrepassare, un cancello da non attraversare.
E come nelle fiabe anche educare è pathos (passione e sofferenza, entusiasmo e impegno, slancio e sforzo): nella funzione educativa si ritrova quella dualità rintracciabile nell’esistenza stessa dove non c’è conquista senza sacrificio, non c’è trionfo senza dedizione. Perfino il cambiamento contiene, intrinsecamente inseparabili, gli aspetti di vita e di morte.
La osservo mentre esce sollevata. Penso a lei come ad un eroe del nostre tempo che tenacemente cerca di “mantenere la rotta”, pur inondata da dubbi, sensi di colpa ed incertezze. Capace di trasformare la crisi in sfida e occasione di crescita, sospende il giudizio, l’attribuzione altrui di responsabilità e si concentra su ciò che lei stessa può fare: piccole scelte, azioni fatte nella straordinaria banalità del quotidiano, irrilevanti per improvvisi cambiamenti, non significative per grandi numeri ma che diventano importanti per coloro che le stanno vicino e che con lei condividono quel suo tratto di strada, quel pezzo di avventura. 
Teresa Zucchi
 
Edizioni locali collegate:  Prato
Leggi gli Speciali:  I nostri ragazzi e dintorni

Data della notizia:  04.05.2015 h 12:10

 
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