30.12.2015 h 15:05 commenti

Dopo via Toscana cerca di "scaricare" l'inquilino cinese del capannone ma si mette nei guai

Il contratto di affitto era intestato a un prestanome. Il proprietario del capannone di fronte al Teresa Moda, ha denunciato per occupazione abusiva l'inquilino di fatto nel tentativo di mettere le mani avanti. Ora dovrà rispondere di calunnia e falso
Dopo via Toscana cerca di "scaricare" l'inquilino cinese del capannone ma si mette nei guai
C'è un caso giudiziario che racconta meglio di qualunque altro fatto la paura di finire sul banco degli imputati dei proprietari dei capannoni affittati ai cinesi, dopo i tragici fatti del 1° dicembre 2013 in via Toscana. Un caso emblematico anche perchè riguarda proprio l'immobile di fronte al Teresa Moda, quello dove uno degli operai scampato al rogo andava a dormire per stare con la propria fidanzata. E' questa una delle strane “coincidenze” che farà scattare più di un sospetto e quindi la volontà di approfondire la vicenda nei sostituti Lorenzo Gestri e Laura Canovai. Intuizione giusta perchè al termine degli accertamenti, per il proprietario del capannone in questione è stato chiesto il rinvio a giudizio per calunnia e falso. La vittima è un cinese, l'inquilino del fondo che il proprietario ha cercato di "scaricare" nel tentativo disperato di mettere le mani avanti e di coprire con bugie e con atti retrodatati, scelte e comportamenti ai limiti del lecito che alimentano giorno dopo giorno la zona grigia delle connivenze tra cinesi e pratesi. 
I fatti. Nell'autunno del 2014 il proprietario dell'immobile di fronte al Teresa Moda, un pensionato di Montemurlo (l'immobile è formalmente intestato alla moglie ma è risultata estranea ai fatti e la sua firma è stata falsificata) ha presentato denuncia per occupazione abusiva del proprio fondo da parte di un cinese. “Passavo di lì per fare un controllo al mio fondo sfitto – avrebbe raccontato nella denuncia – e ho visto che all'interno erano presenti un cinese a me assolutamente sconosciuto, impegnato a lavorare, macchinari e dormitori”. Una spiegazione che già da sola bastava per insospettire chi da anni lavora sulla questione cinese e sulle relative connivenze. A questo si aggiunga dove si trova l'immobile “occupato abusivamente” ed ecco che per la Procura è stato automatico fare qualche accertamento in più. Doveva essere un procedimento da giudice di pace e invece è diventato un vaso di Pandora da cui è emersa la netta volontà del proprietario del capannone di mettere le mani avanti per evitare di finire nei guai come è accaduto ai proprietari del Teresa Moda, ora sotto processo.
Il fondo non era affatto sfitto. Secondo quanto ricostruito, è emerso che il capannone in questione era stato affittato nel giugno 2013 a un prestanome cinese ma di fatto era gestito dal connazionale che poi sarà denunciato per occupazione abusiva. Il proprietario ne era perfettamente a conoscenza perchè tale contratto è stato siglato alla presenza del cinese denunciato. Quindi il cinese "assolutamente sconosciuto" era più che noto. Inoltre, durante il sopralluogo della procura (terminato con il sequestro dell'immobile per i dormitori abusivi) viene trovata copia di un nuovo contratto di affitto, stavolta intestato al cinese denunciato. Documento non firmato dalle parti perchè evidentemente non viene trovato un accordo sulla demolizione dei dormitori abusivi che erano preesistenti al loro rapporto. A quel punto, il proprietario decide di procedere con la denuncia per occupazione abusiva del fondo e per dimostrare che il cinese non aveva titolo a stare lì, viene depositata, in contemporanea, la risoluzione unilaterale del contratto di affitto con il prestanome cinese all'agenzia del territorio retrodatandola al 30 novembre 2013, il giorno precedente al tragico incendio del Teresa Moda. Altra stranezza che completa il quadro indiziario. In sostanza l'uomo, impaurito dalle ripercussioni penali per i proprietari del Teresa Moda, ha cercato di trovare un accordo con il cinese per mettere in regola il proprio fondo, eliminare i dormitori e la figura del prestanome ma non riuscendoci, anziché avviare un procedimento civile, ha pensato bene di costruire questa messa in scena nella convinzione che passasse inosservata e finisse direttamente nelle mani del giudice di pace. Ma gli errori e le leggerezze lasciati per la strada sono stati troppi per passare inosservati.  
E.B.
 
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Data della notizia:  30.12.2015 h 15:05

 
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