17.04.2016 h 15:00 commenti

Di fronte all'errore del figlio a volte è necessario lasciargli la responsabilità di poter sbagliare

Far crescere implica lasciare faticosamente, dolorosamente, coraggiosamente al figlio questa responsabilità, mettendosi da parte ma rimanendo un passo indietro per essere comunque pronti a raccoglierlo sempre, evitando atteggiamenti punitivi o rivendicativi e trattenendo quel fastidioso: "te lo avevo detto"
Di fronte all'errore del figlio a volte è necessario lasciargli la responsabilità di poter sbagliare
Come poter sostenere, rinforzare, validare i figli quando scelgono strade sbagliate, quando passano buona parte del tempo davanti al cellulare per poi dedicarsi allo studio con risultati scadenti?! Inevitabilmente ci scontriamo. E le conversazioni si trasformano in discussioni da cui usciamo tutti feriti e senza cambiamento, loro sempre più svogliati e noi sempre più irritati.
Barbara

Di fronte all'errore e alla vertigine della libertà dell'altro si vacilla, destabilizzati, impauriti, talvolta offesi, spesso disorientati. Soprattutto quando chi sbaglia è la persona che più ci sta a cuore, che vorremo preparare alla vita con l'equipaggiamento migliore, a cui vorremmo evitare disagi e dolori. La rabbia si alterna alla paura di non fare o di non aver fatto abbastanza, di non aver dato le coordinate adeguate per procedere sulla strada più giusta.
Implacabile cade la sicurezza di previsioni, crolla il controllo assieme all'illusione di poterlo avere e rimaniamo spiazzati nella più totale impotenza, dominati dall'imprevisto e dall'imprevedibile. Attuiamo allora i tentativi estremi, ultimi attacchi di una sconfitta preannunciata: il confronto esita in conflitto, il dialogo in discussione con quell'esacerbazione inconcludente dei toni emotivi che ci rende sempre più distanti, sempre più chiusi e difficilmente raggiungibili. È il momento culminante dell'interazione, che può dar origine a barriere invalicabili oppure a varchi attraverso i quali entrare a poco a poco nuovamente in contatto.
È il momento della crisi e della verifica: incerti e insicuri, muovendosi dentro la fatica del non essere più e del non essere ancora, provocatoriamente i figli disattendono. E lo fanno mettendo in atto gli atteggiamenti peggiori per testare, seppur inconsapevolmente, la nostra posizione. Affamati di riconoscimenti incondizionati cercano la nostra vicinanza dentro e attraverso l'errore, presi dal desiderio di essere raggiunti. Raggiunti nelle loro ferite, nei loro stati interiori, nel punto esistenziale in cui si trovano, al di là dei risultati ottenuti, oltre il paradigma della performance.
Fermarsi, sostare, decodificare il loro atteggiamento senza entrare in contro-reazioni non è facile. Nè lo è essere e rimanere presenti a loro e a noi stessi: prendere consapevolezza dei nostri vissuti, padroneggiarli e metterli da parte. In altre parole non raccogliere le loro invitanti provocazioni, zittire le nostre ansie, i nostri giudizi, il nostro bisogno di elargire prediche e raccomandazioni per farli esprimere, sfogare ed infine parlare ponendosi in una dimensione di ascolto.
Un ascolto sostenuto da vivo interesse, dove non è dato per scontato ciò che l'altro sente o pensa, dove non si è presi dall'esigenza di dire l'ultima parola, bensì di raggiungere l'altro per contenerlo, comprenderlo, valorizzarne il positivo, per far arrivare la nostra fiducia nella sua possibilità di cambiare, sempre, comunque e nonostante. Questo non significa abdicare alla nostra funzione di guida ma incorniciarla dentro quel quadro relazionale essenziale per entrare in condivisione con l'altro.
Durante l'adolescenza occorre infatti passare da una modalità direttiva fatta di divieti e imposizioni ad un stile collaborativo, stimolando con domande la ricerca delle loro risposte. Fatto il possibile va compiuto l'ultimo passo, quello che più di altri segna l'ingresso in questa nuova età della vita: consegnare al figlio la sua libertà di azione, lasciandogli la responsabilità di poter sbagliare andando incontro alle conseguenze che ne derivano. Talvolta si deve scendere negli abissi più scuri per ritrovare la luce. In fondo crescere significa proprio questo, assumersi la responsabilità di effettuare scelte ed azioni affrontando successivamente eventuali errori.
Far crescere implica invece lasciare faticosamente, dolorosamente, coraggiosamente al figlio questa responsabilità, mettendosi da parte ma rimanendo un passo indietro per essere comunque pronti a raccoglierlo sempre, evitando atteggiamenti punitivi o rivendicativi e trattenendo quel fastidioso: "te lo avevo detto". L'adolescenza si rivela dunque cambiamento cruciale, momento di svolta dove i figli iniziano a diventare grandi e i grandi per la prima volta si imbattono nei loro limiti e nella loro ridotta possibilità di azione verso coloro che fino a poco tempo fa consideravano i "loro piccoli". E forse proprio per questo ci mette così in crisi.
Teresa Zucchi


 
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Data della notizia:  17.04.2016 h 15:00

 
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