12.01.2022 h 13:30 commenti

Concordia, il carabiniere che rispose alla prima richiesta di aiuto: "Pensai al Moby Prince in fiamme e non persi tempo"

Il brigadiere Ciro Formuso, ora in pensione, era in servizio alla sala operativa del comando provinciale di Prato quando telefonò una donna per dire che sulla nave da crociera c'era un problema e che a tutti era stato fatto indossare il giubbotto di salvataggio. "Non pensai ad uno scherzo seppure la telefonata era confusa, ma chiamai subito la capitaneria di Livorno, la più vicina a noi"
Concordia, il carabiniere che rispose alla prima richiesta di aiuto: "Pensai al Moby Prince in fiamme e non persi tempo"
Ore 22.02 del 13 gennaio 2012. Ai carabinieri di Prato arriva la telefonata della conoscente di uno dei 4.229 tra passeggeri e membri dell'equipaggio della nave da crociera Costa Concordia. A rispondere è il brigadiere Ciro Formuso, oggi in pensione. Per quanto curiosa e confusa quella richiesta di aiuto in mare che arriva a Prato, ai piedi della Calvana, viene presa subito sul serio. Solo qualche ora più tardi, guardando la tv, il brigadiere si renderà conto della tragedia che nei giorni successivi sono i numeri a descrivere nella sua interezza: 32 morti e 110 feriti. “Prendo la telefonata ed è la voce di una donna a dare l'allarme – ricorda il carabiniere – dice di trovarsi assieme a un'amica la cui madre, in viaggio sulla Costa Concordia, ha appena chiamato per dire che c'era un problema e che a tutti era stato fatto indossare il giubbotto di salvataggio. Io non so dire perché non ho pensato neppure lontanamente al fatto che potesse trattarsi di uno scherzo, in fondo io rispondevo da un posto distante dal mare, molto distante, e che c'entravano i carabinieri di Prato con i problemi di una nave? Non so neppure dire perché vidi davanti ai miei occhi l'immagine del Moby Prince in fiamme. E' stata una questione di attimi”.
Il brigadiere si fa dare qualche indicazione: “La donna mi dice che la nave è partita circa tre ore prima da Civitavecchia ed è diretta a Savona e che la madre dell'amica non ha saputo dire nulla sul punto in cui si trovava. Quella tratta la conosco e ho immaginato che se davvero qualcosa era successo, poteva essere dalle parti di Livorno. Chiamo la capitaneria che non sa nulla, lì nessuno sapeva nulla ma sento che chi mi risponde chiede ad un collega di guardare l'Ais, l'apparecchio che serve a localizzare le navi in mare”. La tragedia, in quel momento, davanti all'Isola del Giglio, si sta già consumando: Costa Concordia ha urtato contro uno scoglio e dallo squarcio di settanta metri nello scafo l'acqua sta invadendo e appesantendo la nave che poi si adagerà su un fianco e parzialmente si inabisserà. In quel momento, forse, il comandante Schettino si è già messo in salvo (la Cassazione ha confermato la condanna a 16 anni per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose, naufragio e abbandono di nave).
“Io ho modo di parlare anche con la passeggera – racconta Ciro Formuso – la chiamo dopo essermi fatto dare il numero dall'amica e dalla descrizione che mi fa di quello che sta succedendo capisco che possono essere successe solo due cose: o la collisione con un altro mezzo o la collisione con un ostacolo”.
L'Isola del Giglio si prepara a celebrare il decimo anniversario del naufragio e anche quest'anno il brigadiere non andrà sul luogo che, pur lontanissimo dal comando provinciale dei carabinieri di Prato, ha segnato il suo ultimo scampolo di carriera prima della pensione. “In quei giorni non sono andato perché non volevo assolutamente apparire, e negli anni successivi – dice – non c'è stata l'occasione. Avevo deciso di partecipare alla commemorazione del decimo anniversario, ma poi ho rinunciato un po' per il Covid un po' perché non me la sento”.
Tante volte Ciro Formuso si è chiesto cosa sarebbe successo se non avesse dato credito a quella telefonata: “Forse non ero qui, forse ero in carcere, forse non avrei finito la carriera in modo sereno. Non lo so”, risponde laconico. Quella sera Formuso non perse tempo, allertò la capitaneria di porto, cercò di tranquillizzare la donna a bordo della nave, si attivò senza sapere né cosa, né come, né perché ma solo nella consapevolezza che qualcuno aveva bisogno di aiuto. Il senso del dovere che non si zittisce mai: “Il senso del dovere è qualcosa di serio – conclude Formuso – o ce l'hai o non ce l'hai e se ce l'hai, ce l'hai sempre anche quando ti trovi davanti ad una situazione che non sai spiegare e non sai spiegarti”.
nadia tarantino
 
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Data della notizia:  12.01.2022 h 13:30

 
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